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Marcella Clara Reni

Vittime e colpevoli a contatto nel progetto “Sicomoro” organizzato dall’associazione “Prison Fellowship Italia” presieduta dalla Dottoressa Marcella Clara Reni. Il progetto prende il nome di Sicomoro dal diciannovesimo capitolo del vangelo di Luca, perché un Sicomoro è l’Albero sul quale Zaccheo si arrampica per poter vedere Gesù. Da ciò segue l’incontro tra i due e la redenzione di Zaccheo, che promette di restituire quattro volte ciò che ha illecitamente acquisito. Proprio sulla redenzione è incentrato il progetto, che fa del dialogo tra le vittime o i loro familiari ed i detenuti, un’occasione di dialogo e condivisione delle esperienze e dei dolori. L’iniziativa è stata messa in atto con l’obiettivo di favorire la riconciliazione «per riscoprire l’uomo e la sua dignità» come spiegato dalla stessa Marcella Reni. «Questo progetto assume un significato ancora più grande nel nostro territorio, che ha tanto bisogno di redenzione, e sono contenta che si sia riusciti a realizzarlo anche qui – ha aggiunto al Reni – Se 7 pazienti su 10 morissero nei nostri ospedali tutti insorgeremmo, ma non nessuno fa caso al fatto che 7 persone su 10 tornino a delinquere dopo la scarcerazione, ed  questa la media nazionale, c’è dunque molto da fare da questo punto di vista, a partire dall’educazione nelle scuole, e speriamo che questo possa essere un punto di partenza e non di arrivo». Complimenti all’iniziativa giunti anche dal sindaco Giuseppe Ranuccio, che in apertura ha salutato i presenti parlando dei risvolti sociali e giuridici di un progetto come quello messo in atto nella casa circondariale di Palmi, perché «a tutti deve essere data la possibilità di redimersi». La parola è poi passata a Romolo Pani, direttore del penitenziario: «Siamo arrivati qui dopo una gestazione lunghissima – ha detto – perché i tempi non erano ancora maturi. Non so di preciso cosa sia cambiato da allora, ma mettere in atto questa iniziativa ha portato a dei risultati che mi inorgogliscono come uno e come direttore. Fa riflettere il fatto che oggi ci ritroviamo nella ricorrenza della strage di via D’Amelio, in cui morì, insieme agli uomini della sua scorta, Paolo Borsellino, uno dei personaggi che gettò le basi per la lotta alla criminalità organizzata, che oggi ci porta anche qui». Orgoglioso di essere stato definito simpaticamente come il “Mandante” di questo progetto, il Vescono della Diocesi di Oppido – Palmi, Mons. Francesco Milito «perché gli “esecutori materiali” hanno poi portato a dei magnifici frutti spirituali» ha spiegato prima di parlare di Dio come invalicabile operatore dell’amore, che attende e perdona i propri figli. «Sogno le carceri vuote – ha spiegato il Vescovo – perché una volta che si saranno conquistati i cuori non ve ne sarà più bisogno». «Sono contento perché questo progetto ispirato dall’alto ha lentamente raggiunto tanti cuori – ha aggiunto Mons Milito – Mi auguro che questo progetto possa continuare e portare a nuovi frutti, che ogni individuo possa custodire dentro di se». Don Silvio Mesiti, cappellano del carcere, ha poi spiegato: «Abbiamo il dovere di perdonare, ma sulla base di una coscienza che può venire solo da Dio, accogliendo con umiltà il messaggio del Vangelo».

 

Spazio poi alle testimonianze dei partecipanti al progetto, a partire dal brano letto da Graziano: «La Madonna, con il Bambino Gesù fra le braccia, aveva deciso di scendere in Terra per visitare un monastero. Orgogliosi, tutti i monaci si misero in una lunga fila, presentandosi ciascuno davanti alla Vergine per renderle omaggio. […] All’ultimo posto della fila ne rimase uno, il monaco più umile del convento. […] Pieno di vergogna, sentendosi oggetto degli sguardi di riprovazione dei confratelli, tirò fuori dalla tasca alcune arance e cominciò a farle volteggiare: perché era l’unica cosa che egli sapesse fare.Fu solo in quell’istante che Gesù Bambino sorride e cominciò a battere le mani in braccio alla Madonna.E fu verso quel monaco che la Vergine tese le braccia, lasciandogli tenere per un po’ il bambinello». Vincenzo ha poi parlato del suo calvario familiare, concludendo poi il suo intervento affermando «Gesù è grande e ripara tutto». Alex ha finalmente realizzato il male che si genera commettendo un illecito, ma è stata la faccia e la testimonianza di Sonia, una delle vittime partecipanti al progetto, a fargli ritrovare la via. Giusy, anche lei tra i familiari di vittime, ha avuto lenito il suo dolore, con ognuno dei presenti che ne ha preso in carico un pezzetto «Un primo passo è stato fatto» ha spiegato. Per Umberto, l’anima è l’ultimo baluardo umano di resistenza contro il male. Un progetto bellissimo secondo Nicola,che abbatte i muri tra due mondi sconosciuti. Elvira, che è stata un po’ la mamma per tutto il gruppo, ha menzionato le parole di Papa Francesco, da lei prese in custodia e che le sono state di grande aiuto oltre all’ausilio fornito da Dio.

 

Le testimonianze dei partecipanti, più di qualunque altro intervento, hanno coinvolto fino alla sincera commozione tutti i presenti, ed hanno realmente trasmesso il messaggio di quanto progetti come questo possano essere importanti per la nostra società civile.

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